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Il Parco dei Mostri di Bomarzo

Per alcuni è un bosco sacro, o una villa delle meraviglie, per molti è semplicemente il Parco dei Mostri, dove i mostri sono grandi statue scolpite nel peperino che emergono dal folto di una vegetazione straordinariamente fitta e rigogliosa, oppure ai lati dei vialetti alberati. Figure mitologiche, divinità pagane e altre creature fantastiche, alcune delle quali di dubbia identificazione, create per suscitare stupore. L'incanto si rinnova ancora oggi a più di quattro secoli dalla costruzione del parco, a Bomarzo, fra Viterbo e l'Autostrada del Sole, non solo per la stupefacente integrazione di queste enigmatiche figure con la vegetazione che le ingloba, ma anche per l'alone di mistero che le circonda, ispessito dallo scorrere del tempo. Il parco fu fatto costruire nel 1552 da Vicino Orsini, uomo d'arme e poeta, “per sfogare il core” o per svagarsi dopo la perdita della moglie Giulia Farnese, morta a soli trent'anni. Il progetto si deve a un illustre architetto del tempo, Pirro Ligorio, che di parchi se ne intendeva, avendo firmato anche quello della Villa d'Este a Tivoli. Alla morte del committente, i giardini caddero rapidamente in stato di abbandono, muschi ed erbacce ricoprirono le statue fantastiche, quasi a proteggerle dagli agenti atmosferici e dal maltempo. Fino al 1938 quando Salvador Dalì, in visita a Bomarzo, restò affascinato dal bosco delle meraviglie. Il grande pittore surrealista dedicò un cortometraggio al Parco dei Mostri e ne trasse ispirazione per uno dei suoi dipinti più famosi. Dalì ed altri artisti diedero un contributo decisivo alla riscoperta di questo luogo unico nel suo genere, oggi in ottimo stato di conservazione grazie alle cure di privati. In tempi recenti qualcuno ha creduto di interpretare l'itinerario attraverso il bosco e le sue misteriose figure come un percorso iniziatico denso di simbologie legate al misticismo. Ma è la cultura a orientare l'interpretazione: per i visitatori più giovani, ad esempio, il parco di Bomarzo può essere facilmente ricondotto all'immaginario della letteratura fantasy. Forse, più di ogni altra cosa, sono le iscrizioni disseminate sul percorso a chiarire le intenzioni del suo ideatore. Una in particolare, posta sotto una delle sfingi che “sorvegliano” l'entrata del bosco, recita così: “Tu ch'entri qua pon mente parte a parte e dimmi poi se tante meraviglie sien fatte per inganno o pur per arte”. Superate le sfingi, ci si inoltra per il sentiero di destra, incontrando due scale in pietra: la prima scende accanto al volto di un uomo barbuto, la seconda scopre alla vista la scena cruenta della lotta fra due “giganti”. Il gruppo non ritrae la vittoria di Ercole su Caco, come si riteneva un tempo, ma Orlando impazzito che squarta un pastorello tenendolo per i piedi, come narra l'Orlando Furioso. Più avanti, in un avvallamento del terreno, una gigantesca tartaruga sembra rifugiarsi fra i cespugli. Sul suo carapace svetta la Fama alata che suona le trombe della buona e della cattiva sorte: si direbbe un presagio, viste le alterne fortune del parco di Bomarzo. Nelle vicinanze, accanto a un'orca dalle fauci spalancate, si ammira la graziosa fontana sormontata da Pegaso. Il cavallo alato e la tartaruga sono alcune delle immagini tratte dal Sogno di Polifilo, celebre testo di autore ignoto stampato nel 1499. Proseguendo sul sentiero, dopo un bassorilievo raffigurante le Grazie, si arriva a un piccolo ninfeo ornato da sedili e nicchie con statue. L'ambiente ricorda le terme in cui Polifilo si intratteneva con cinque ninfe, qui ritratte nelle nicchie. Più avanti, dopo la fontana dei delfini, si contemplano le immagini di due divinità: la statua di Venere ha fattezze insolite ma poggia su una conchiglia, come vuole il mito, mentre l'enorme mascherone che segue è stato identificato con Giove Ammone. Il sentiero sfocia in una radura che ospita l'emiciclo di un Teatro preceduto da cippi votivi. Pochi metri più avanti c'è la casa pendente costruita su un masso inclinato: un'allegoria della famiglia Orsini, che minaccia rovina ma non cede. La si può visitare, correndo il rischio di avere un capogiro. Svoltando a sinistra si raggiunge un altro spiazzo delimitato da vasi con iscrizioni e immagini bizzarre. In fondo spicca una statua minacciosa, fiancheggiata dal cane Cerbero e da un mostro marino: potrebbe essere Plutone, signore degli inferi, oppure Nettuno. Si prosegue a destra, contemplando la scena di un drago assalito da un leone e da un cane, poi l'elefante da combattimento a grandezza naturale (forse un omaggio ad Annibale) che si trascina un centurione con la proboscide. A un bivio si piega a sinistra e ci si trova davanti il aimbolo del parco: un Orco con la bocca spalancata, al cui interno sono state ricavate panche e un tavolo di pietra. Superato lo spavento, il percorso prosegue in leggera salita ma si fa più sereno e meditativo, fra un vaso gigante finemente decorato e una “panca etrusca”. All'imbocco del viale pittoresco che riporta verso l'ingresso, un tempietto dorico celebra l'unione fra Vicino Orsini e Giulia Farnese con i simboli dei due casati: la rosa e il giglio. Lungo il viale si può riposare nel grembo di Proserpina, la splendida figlia di Cerere amata da Plutone, prima di affrontare l'ultimo tratto che, dopo la singolare coppia di orsetti araldici, riserva le immagini inquietanti di Echidna e della Furia alata, creature mostruose per metà donna e metà serpente, separate da due leoni. All'uscita attendono Giano Bifronte e la Triplice Ecate, la dea con i volti di fanciulla, di donna e di vecchia, la cui effigie era collocata dai Romani agli incroci fra le strade. L'ultimo “mostro” è Proteo, vecchio genio del mare, con le fauci spalancate e la testa sormontata dallo stemma degli Orsini di Castello.

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