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Venerdì, 23/04/2021
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La spada nella roccia di San Galgano

abbazia di san galgano


Chi non conosce la leggenda del Re Artù e dei suoi cavalieri? La storia più appassionante di amore e guerra, incantesimi e misticismo inizia con l'estrazione di una mitica spada, Excalibur, da una roccia non meglio identificata, né individuabile. Quella che forse era stata la “spada calibica” di Giulio Cesare avrebbe permesso al giovane Artù di regnare sulla Britannia, unificando le genti in guerra, per poi essere riconsegnata alla fantomatica Dama del Lago, alla morte del sovrano. Ma se Excalibur giace ora “sotto uno specchio d'acqua chiara e cheta” in terra britannica, a chi appartenne la spada che attualmente è conficcata in una roccia nella chiesetta di Monte Siepi, presso l'abbazia gotica di San Galgano, in provincia di Siena? Questa storia, che in alcuni punti si intreccia con quella dei Cavalieri della Tavola Rotonda e con la ricerca del Graal (il sacro calice contenente il sangue di Cristo), si sviluppa nella Toscana del XII secolo, a Chiusdino. In questo paesino nei pressi di Siena nasce, nel 1148, Galgano Guidotti, un giovane ossessionato dal mito della cavalleria e visitato più volte in sogno dall'Arcangelo Michele, il primo paladino della Chiesa. Ma Galgano, divenuto cavaliere, si abbandona a una vita dissoluta e gaudente, almeno fino a quando una nuova apparizione di San Michele non lo induce a interrogarsi sulla sua vita e a pentirsi. Nel 1180, conquistato dall'amore di Dio, Galgano si fa eremita, conficca la sua spada in una roccia e davanti all'elsa, trasformata in croce, pregherà per il resto dei suoi giorni. In uno dei suoi sogni mistici, l'eremita incontra Gesù e i dodici Apostoli, seduti intorno ad una tavola rotonda, e vede il Santo Graal. Il suo ultimo anno di vita è costellato da miracoli, fino alla morte per stenti nel 1181. Il suo processo di beatificazione dura tre giorni, e nel 1185 è già santo per volontà di papa Urbano III. Del suo corpo, che secondo alcuni testi fu sepolto nei pressi della spada, non vi è traccia, mentre il teschio è tuttora conservato nella singolare chiesetta romanica a pianta circolare sorta attorno alla roccia, da cui spunta ancora l'impugnatura dell'arma. La cupola di questa piccola meraviglia architettonica è composta da cerchi concentrici bianchi e rossi, di cotto e travertino. Nell'oratorio si possono ammirare splendidi affreschi di Ambrogio Lorenzetti, in parte intaccati dal tempo e dall'incuria. Quarant'anni dopo la morte di San Galgano, la chiesetta del Monte Siepi divenne troppo piccola per ospitare i monaci che la abitavano, seguendo l'esempio del maestro, e le masse di pellegrini che vi convergevano. Accanto al monastero sorse allora, in pochi anni, una imponente abbazia in stile gotico cistercense, lunga 72 metri e larga 21, destinata a esercitare un potere magnetico per i tre secoli successivi. La decadenza iniziò verso la metà del Cinquecento, finché la chiesa, ormai abbandonata, perse il campanile e buona parte del tetto nel 1786, diventando una sorta di cava di blocchi di pietra per le abitazioni della zona. Solo nel XX secolo, un complesso lavoro di restauro permise di restituire a questa “abbazia a cielo aperto” il suo aspetto mistico e fiabesco. Le scoperte fatte in questo luogo evidenziano parecchie coincidenze con il mito di Artù e del Graal, che peraltro si diffuse pochi anni dopo la morte di Galgano. Lo stesso nome del santo sembra sia stato ereditato da uno dei Cavalieri della Tavola Rotonda, Galvano, mentre ai suoi sogni leggendari potrebbero essere riconducibili alcuni dettagli del Ciclo Bretone. La vicenda della spada infissa nella roccia, poi, sembra traslata perfettamente nella leggenda arturiana. E ancora: il nome del Monte Siepi, su cui sorge la chiesetta che custodisce i resti del santo, potrebbe indicare un luogo alto e chiuso, destinato alla celebrazione di riti pagani come quelli celtici, mentre i cerchi concentrici della volta rimandano a una simbologia adoperata anche dai Cavalieri Templari. Queste ed altre connessioni hanno provocato un'ondata di interesse che si è concretizzata di recente nelle indagini scientifiche di alcuni ricercatori universitari. I risultati confermano che, sotto la superficie della roccia, la lama esiste davvero, anche se la spada fu spezzata da un vandalo negli anni '60, e poi risistemata. La fattura dell'arma, inoltre, è compatibile con altri reperti risalenti alla seconda metà del XII secolo, mentre le analisi effettuate su campioni di roccia della chiesetta circolare hanno confermato la datazione del 1185: il mito di San Galgano, dunque, precede sicuramente (e forse influenza) quello di Re Artù!

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