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Martedì, 25/01/2022
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L'abbazia di Chiaravalle di Fiastra

abbazia di chiaravalle di fiastra

A pochi chilometri da Macerata, le morbide colline boscose de La Selva, oggi protette da una riserva naturale, circondano un monumento simbolo dell'architettura cistercense in Italia. È l'abbazia di Chiaravalle di Fiastra, fondata dai seguaci del santo abate Bernardo di Chiaravalle. Correva l'anno 1142 quando un gruppo di dodici monaci provenienti dall'Abbazia di Chiaravalle di Milano raggiungeva la valle del Chienti fra Tolentino e Macerata, dove il duca di Spoleto Guarnerio aveva donato loro alcune terre. In particolare l'area solcata dall'affluente Fiastra corrispondeva perfettamente alle esigenze dei monaci cistercensi, bisognosi di terre fertili da coltivare e di sorgenti che irrigassero i campi. La costruzione della badia ricalcava il modello di quella fondata a Clairvaux (la Chiaravalle francese) da san Bernardo. Sebbene il monastero di Fiastra fosse solo uno dei 68 conventi sorti per mano dei Cistercensi nel giro di quarant'anni, esso era destinato a diventare uno dei centri monastici più importanti dell'Italia centrale. Già attorno al 1200 Fiastra raggiunse l'apice della prosperità, divenendo centro di attività commerciali, culturali e creditizie. Gli anni dell'inevitabile declino, fra XV e XVI secolo, non impedirono ai Cistercensi di mantenerne l'amministrazione fino al 1581, quando il monastero fu ceduto dal papa alla Compagnia di Gesù. Circa due secoli dopo, con la soppressione dell'ordine dei Gesuiti (1773) l'abbazia passò ai marchesi Bandini, che ebbero il grande merito di conservarne intatta la struttura. Fiastra appare ancora oggi come uno dei monasteri cistercensi meglio conservati, impregnato della severa spiritualità e della solennità che caratterizzano le opere architettoniche di quest'ordine. Il fascino del luogo, d'altro canto, è legato anche alla foresta vasta e rigogliosa di cerri, roverelle e aceri in cui è immersa. La facciata della chiesa sfoggia tuttora le tonalità calde del cotto, tipico dell'architettura medievale lombarda, ed è ingentilita da un bel rosone e dal nartece in cui si apre il portale marmoreo. L'interno, a tre navate separate da arcate a tutto sesto, incanta per l'armonia e la vastità degli spazi e per l'austerità delle forme, che naturalmente invitano al raccoglimento. Gli otto pilastri terminano in capitelli romanici scolpiti con motivi floreali o con gli stemmi dell'ordine cistercense. L'altare maggiore, poi, poggia su un'ara romana proveniente dalle rovine della vicina Urbs Salvia. Fra le poche decorazioni pittoriche giunte fino a noi, spiccano alcuni affreschi realizzati attorno al Cinquecento. Attraverso il cellarium (l'antico magazzino degli strumenti e dei prodotti agricoli) si passa dalla chiesa nel chiostro che, come previsto dalla regola, riceve luce solo dall'apertura in alto, e da qui nei due ambienti più importanti dell'abbazia: la sala capitolare e il refettorio, intatti nella loro suggestiva e disarmante semplicità. Il refettorio, in particolare, mostra due massicci capitelli corinzi, pure provenienti da Urbs Salvia. Accanto al chiostro, inoltre, sorge il settecentesco Palazzo Giustiniani Bandini, residenza degli ultimi proprietari del complesso, impreziosita da un bel giardino all'inglese.

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