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Domenica, 24/09/2017
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Sulle rovine di Mozia

mozia - tophet

Mozia, la fiorente città fondata dai Fenici quasi 800 anni prima di Cristo, occupava un'isoletta distante poche centinaia di metri dalla costa occidentale siciliana, fra Trapani e Marsala. L'isola di San Pantaleo, come è chiamata oggi, poteva contare sulla protezione della laguna dello Stagnone e della vicina isola Longa, che la rendeva praticamente invisibile ai navigatori. Una posizione invidiata dai Cartaginesi e dai Siracusani, che si contendevano la Sicilia e non vedevano di buon occhio questa stazione commerciale utile anche come scalo per le navi fenicie nel Mediterraneo. A nulla valsero gli sforzi di Mozia per difendersi erigendo un sistema di mura contro i potenziali assalitori: nel 397 a.C. Dionigi il vecchio, tiranno di Siracusa, assediò e distrusse la città, gettando sulla storia dell'isola un oblio che sarebbe durato oltre 2.000 anni. Gli abitanti di Motya ripiegarono sulla vicina terraferma dove fondarono Lilybeo, l'odierna Marsala. Solo alla fine dell'Ottocento le tracce della colonia fenicia cominciarono a riemergere (ma gran parte di queste è ancora sotto terra) per merito di Giuseppe Whitaker, un nobile inglese trasferitosi in Sicilia, dove si era arricchito esportando il Marsala. Appassionato di archeologia e scienze naturali, Whitaker iniziò gli scavi a sue spese, gettando luce su un affascinante scorcio di storia fenicia in terra siciliana. A lui si devono anche la conservazione di gran parte dei reperti nella palazzina ottocentesca che abitava, oggi trasformata in museo, e alcuni interventi ambientali sull'isola di San Pantaleo, come l'impianto di una pineta e l'estensione dei vigneti pregiati già esistenti. Anche per questo oggi l'isola è protetta da un vincolo archeologico, ambientale e paesaggistico. La si raggiungeva dalla costa, almeno fino al 1971, anche a bordo di carri trainati da cavalli che percorrevano la strada di collegamento tracciata dai Fenici. I carretti che trasportavano l'uva Grillo, con cui si vinifica il Marsala, sembravano camminare sul pelo dell'acqua perché la strada era nascosta dalla laguna solo per pochi centimetri. Oggi bisogna percorrere la strada provinciale 21 (Trapani-Marsala) fino a raggiungere un ampio parcheggio con imbarcadero. A bordo delle barche a motore dei pescatori, si fa rotta verso l'isola che appare subito coperta da una macchia mediterranea rigogliosa e profumata. Un sentiero consente di effettuare a piedi, in senso antiorario, il periplo dell'isola. Lo si completa in meno di due ore. Per cominciare si costeggiano le robuste fortificazioni innalzate nel VI secolo a.C. e resti di torri di guardia aggiunte in diversi periodi, fra cui la torre orientale, a base quadrata, con la sua scalinata d'accesso. Si arriva così presso la Porta Nord, il più importante dei due accessi alla città. Dietro i basamenti delle torrette che la fiancheggiavano si notano anche i resti della principale via lastricata, e perfino i solchi lasciati dai carri. Fuori dalle mura, la strada prosegue addentrandosi nella laguna, per un chilometro e mezzo, fino al promontorio di Birgi. Era larga sette metri (il che consentiva il passaggio contemporaneo di due carri) e dotata di cippi che emergono tuttora dal mare. La strada sommersa può essere percorsa anche a piedi con i sandali di gomma, mentre è un po' più difficile inerpicarsi verso il santuario di Capiddazzu, le cui rovine sono adagiate nel punto più alto dell'isola, entro la cinta muraria. Nel basamento dell'edificio, diviso in tre navate, sono state rinvenute ossa di animali che suggeriscono la pratica di sacrifici rituali. Proseguendo sul sentiero si tocca l'area della necropoli, disseminata di pietre tombali. Una seconda necropoli è stata scoperta sulla costa siciliana, nel punto d'arrivo della strada sommersa. Ben più agghiaccianti sono le immagini evocate dal Tophet, l'area sacra in cui erano raccolte le ceneri dei primogeniti maschi, immolati agli dei. Le urne cinerarie sporgono dal terreno, chiuso da basamenti di mura che un tempo impedivano la vista. Dal sentiero costiero si avvista Schola, l'isoletta più piccola della laguna, poi si giunge presso il porticciolo artificiale realizzato dai Fenici. Il bacino del Cothon era collegato al mare attraverso un canale e serviva per caricare e scaricare le merci. Nel Medioevo era ancora impiegato come salina. Poco dopo il porto si incontra la Porta Sud e, nei pressi, la Casermetta che probabilmente costituiva una delle più importanti strutture militari a difesa di Mozia. Il percorso tocca poi la Casa dei Mosaici, addossata alle mura, con il portico pavimentato da mosaici in ciottoli bianchi e neri. Vi sono raffigurati animali reali e immaginari, fra cui un grifo che insegue una cerva. Infine si giunge alla casa-museo di Giuseppe Whitaker, dove sono raccolti anche reperti provenienti da Marsala e dalla necropoli di Birgi. Accanto alle semplici ceramiche puniche sono esposti vasi importati dalla Grecia, decorati con le tipiche figure rosse e nere. Fra le sculture, statuette che raffigurano divinità femminili come la Grande Madre, e soprattutto il celebre Efebo di Mozia: una statua a grandezza naturale, presumibilmente opera di un artista greco allievo di Fidia, che ritrae un giovane dal portamento fiero, vestito con una tunica elegante. Alle spalle del museo si visita anche la Casa delle Anfore, di cui è stato portato alla luce un vano contenente una gran quantità di anfore puniche.

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