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Giovedì, 19/05/2022
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Sassari: La Santissima Trinità di Saccargia

basilica di saccargia

Un ignaro turista che volesse raggiungere Olbia da Sassari, imboccata la Statale 131 per Cagliari e quindi, dopo 15 chilometri, la “direttissima” per Olbia, si troverebbe dopo appena un chilometro davanti a uno spettacolo quasi surreale. Nel bel mezzo della campagna verdeggiante del Logudoro è adagiata una basilica romanica che difficilmente potrebbe passare inosservata. Un po' per il poderoso campanile che si staglia contro il cielo, con una superficie di base paragonabile alla chiesa stessa, un po' perché le pareti dell'intero complesso presentano la soluzione decorativa più tipica del Romanico toscano: quell'alternanza di strisce orizzontali di mattoni bianchi e neri, tanto diffusa soprattutto in terra pisana. Inoltrandosi per la piana, che ricade nel comprensorio di Codrongianos, si scoprono altri particolari: il campanile, ad esempio, ha un'altezza di 40 metri pari al lato lungo della chiesa, mentre alle spalle dell'edificio si notano le rovine di un monastero. L'intero complesso risale all'inizio del XII secolo, e da allora la Santissima Trinità di Saccargia (questo il nome della basilica) non ha mai smesso di esercitare la sua funzione cruciale rispetto alla religiosità dei sardi. Ancora oggi, in molti vi si recano per sciogliere un voto, chiedere una grazia o semplicemente per pregare. Qui si celebrano anche messe e matrimoni. Sulle origini della chiesa e della sua denominazione esiste una leggenda: si narra di una vacca pezzata (nel dialetto locale, s'acca argia) che ogni giorno lasciava il pascolo per far visita ai frati di un convento vicino, donare il proprio latte e quindi inginocchiarsi nel punto in cui sarebbe sorta la basilica, come per pregare. La scena dell'animale accovacciato, in pratica, è riprodotta su uno dei fantastici capitelli scolpiti che sorreggono il portico della facciata. La storia, invece, dice che furono Costantino I, giudice di Torres, e la moglie Marcusa di Gunale, a volere la basilica di Saccargia e, ancor prima, il monastero, ma per spiegare la scelta del luogo bisogna ancora affidarsi al mito: la costruzione, affidata a valorose maestranze pisane (mastros pisanos), sarebbe avvenuta per volonta della Vergine Maria, apparsa in sogno a Marcusa. In cambio i coniugi avrebbero ricevuto la grazia della nascita di un figlio. Di fatto, il monastero dei Camaldolesi vide la luce nel 1112, mentre la chiesa fu consacrata nel 1117. Costantino e Marcusa festeggiarono realmente la nascita di un figlio che avrebbe retto il Giudicato di Torres dal 1127, alla morte del padre. Nonostante alcuni rimaneggiamenti non sempre rispettosi, la basilica di Saccargia conserva l'impianto primitivo a “croce commissa” (cioè a forma di T), con una sola navata alta e stretta e un transetto in cui si aprono tre absidi. Le mura, come detto, sono composte da strati di calcare bianco e basalto nero (entrambi reperibili nella zona). In particolare, la facciata civettuola appare ulteriormente ingentilita dalle tre arcate del portico che, quasi sicuramente, fu aggiunto in più tardi. In ogni caso, basta ammirare il prospetto per concordare con quanti considerano questo tempio il miglior esempio di architettura romanico-pisana (di certo il più suggestivo) che si conservi in Sardegna. Il portico è sorretto da due pilastri ai lati e da due raffinate colonnine al centro, dotate di capitelli intagliati con motivi animali e vegetali. Nel secondo ordine della facciata, poi, si aprono cinque arcatelle cieche sostenute da colonne in pietra rossastra, ciascuna con capitelli scolpiti. Solo nell'arco centrale si apre una bifora. Il gioco si ripete nell'ordine superiore, dove però l'altezza dei cinque archi decresce a partire da quello centrale, seguendo il profilo del tetto a spiovente. Qui gli artisti toscani diedero libero sfogo alla loro creatività, attraverso geometrie (croci, rombi e rosoni) riprodotte esclusivamente con l'alternanza di pietra bianca e nera. Anche le uniche decorazioni del campanile, che nonostante l'ampia base quadrata appare slanciato per l'altezza, sono ottenute dalla combinazione degli archetti con le bifore e le trifore che si aprono negli ordini superiori. Entrando in chiesa si è subito avvolti da un'atmosfera di completo raccoglimento spirituale. Vi contribuiscono le pareti della navata, in pietra grezza, e la volta composta da 36 capriate lignee in buono stato di conservazione, mentre la copertura del pavimento è in pietra basaltica. Le uniche decorazioni pittoriche, in un ambiente tanto semplice e austero, si trova nell'abside: un ciclo di affreschi, anch'esso d'impronta romanica, realizzato alla fine del XII secolo da un artista pisano. Nel catino è raffigurato Cristo in trono in uno splendido cielo di serafini, nella fascia intermedia una Madonna orante fra le tredici figure degli apostoli con san Paolo, in basso sei scene della vita e della passione di Cristo. L'importanza dell'opera trascende il suo valore artistico (comunque notevole) e dipende dalla sua eccezionale rarità. Infatti non esiste, in tutta l'isola, un ciclo pittorico di epoca romanica altrettanto completo che si sia conservato fino ai nostri giorni.

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